Nel marzo 2025 l’INPS ha pubblicato il primo rapporto organico sul giornalismo italiano dopo l’assorbimento dell’INPGI. I dati sui giornalisti dipendenti sono precisi: 17.179 lavoratori nel 2023, con una retribuzione media annua di 58.994 euro. Quelli sui freelance non compaiono con la stessa chiarezza, perché la loro posizione previdenziale è strutturalmente diversa e più difficile da misurare in modo aggregato. Quello che si sa — e che lo sciopero del 16 aprile 2026 ha messo di nuovo al centro del dibattito — è che il reddito medio di un giornalista autonomo italiano si aggira intorno ai 17.000 euro l’anno.
La forbice con i colleghi dipendenti è ampia. Un professionista assunto a tempo indeterminato in una grande testata guadagna in media oltre 67.000 euro. Un pubblicista dipendente circa 29.000. Un freelance, anche con anni di esperienza e byline su testate nazionali, spesso meno di un terzo di quella cifra. Alcune testate pagano meno di dieci euro a pezzo.
Lo sciopero del 16 aprile 2026 e il contratto scaduto
Il contratto collettivo dei giornalisti italiani era scaduto da dieci anni quando il 16 aprile 2026 i dipendenti delle redazioni sono entrati in sciopero per la terza volta in pochi mesi — dopo il 28 novembre 2025 e il 27 marzo 2026. I freelance, tecnicamente, non possono scioperare: non hanno un contratto collettivo che li tuteli direttamente. Eppure sono tra i più esposti alle conseguenze di questo stallo.
La trattativa si è incagliata sull’equo compenso, cioè sulla possibilità di stabilire per legge una soglia minima al di sotto della quale non si possa pagare un articolo. Per gli editori è una questione di sostenibilità economica, in un settore che ha perso quote di pubblicità e lettori cartacei da almeno quindici anni. Per i freelance è la differenza tra un lavoro e un’attività che non permette di vivere.
Quando l’insicurezza economica diventa filtro editoriale
C’è un meccanismo che funziona senza che nessuno lo decreti. Un giornalista freelance che dipende da poche testate per la maggior parte del proprio reddito tende, razionalmente, a non proporre inchieste che potrebbero irritare chi lo paga. Non è necessariamente autocensura consapevole: è calcolo del rischio, e funziona allo stesso modo.
Questo è uno dei motivi per cui l’RSF nel suo World Press Freedom Index 2026 colloca l’Italia al 56° posto su 180 paesi, sette posizioni sotto rispetto al 2025. Tra gli indicatori che sono peggiorati di più c’è quello economico (-1,6 punti, 58° posto), che misura proprio la sostenibilità del modello di business dell’informazione e la sua dipendenza da fonti di finanziamento esterne. Il legame tra precarietà strutturale e autonomia editoriale non è un’ipotesi teorica: è tra i criteri con cui RSF valuta la libertà di stampa.
I freelance che lavorano in zone di conflitto o su inchieste giudiziarie sono esposti a un rischio ulteriore: a differenza dei dipendenti, non dispongono della copertura legale della testata in caso di querela. Le spese legali per difendersi da un’azione per diffamazione — anche infondata — possono essere insostenibili per chi guadagna 17.000 euro l’anno. Questa asimmetria non incentiva il giornalismo d’inchiesta.
La norma sulle ordinanze cautelari
Nel settembre 2024 il Consiglio dei ministri ha approvato uno schema di decreto legislativo che vieta la pubblicazione integrale delle ordinanze di custodia cautelare fino alla conclusione delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare. È consentita solo una sintesi generica, senza riferimenti puntuali al testo del provvedimento. Il decreto recepisce la direttiva UE 2016/343 sulla presunzione di innocenza, ma i giornalisti e le associazioni di categoria hanno contestato il modo in cui questo principio è stato tradotto in norme.
Per chi fa cronaca giudiziaria, e in particolare per i freelance che costruiscono parte del proprio reddito su questo tipo di reportage, le conseguenze sono concrete: meno materiale pubblicabile, più rischio di sanzioni (le commissioni parlamentari avevano chiesto di portare le multe a 500.000 euro per gli editori), meno motivazione a coprire procedimenti penali in modo approfondito. Il già citato articolo sulle SLAPP documenta un contesto in cui le querele temerarie sono già uno strumento diffuso per silenziare la stampa scomoda. Questo decreto si inserisce in quello stesso contesto.
I numeri dell’Ordine e il problema strutturale
L’Ordine dei Giornalisti conta oggi circa 57.000 iscritti tra professionisti e pubblicisti. Di questi, il rapporto INPS copre solo i 17.179 con un rapporto di lavoro dipendente attivo nel 2023. La distanza numerica tra iscritti e dipendenti descrive la struttura reale del mercato: la gran parte dei giornalisti italiani lavora senza le tutele di un contratto collettivo.
Nel 2010 i giornalisti attivi con contratto dipendente erano circa 18.000 su un totale stimato di 40.000 attivi. Nel 2022 i dipendenti erano scesi a circa 14.000. La tendenza è chiara e consolidata: il settore produce più giornalisti di quanti possa assumere, e scarica il surplus verso il basso, verso forme di lavoro meno protette e meno remunerate. Il tema è analizzato in modo più ampio nell’articolo dedicato alla crisi dell’editoria digitale.
Cosa succederebbe con l’equo compenso
La proposta dell’equo compenso per i giornalisti freelance non è nuova: se ne discute da almeno un decennio. L’idea di base è stabilire per legge una tariffa minima al di sotto della quale una testata non può acquistare un articolo. I sostenitori sostengono che ridurrebbe il dumping salariale e restituirebbe a chi scrive una minima autonomia economica. I contrari — in particolare gli editori di testate medio-piccole — rispondono che renderebbe insostenibili molte pubblicazioni già in difficoltà.
La questione non è solo economica. Un freelance che può permettersi di rifiutare una commessa a condizioni inaccettabili ha più libertà editoriale di uno che non può. Il contratto, in questo senso, non decide solo quanto si guadagna: decide anche, indirettamente, cosa si scrive. Questo è il filo che lega la questione salariale alla libertà di stampa — e che spiega perché lo sciopero del 16 aprile 2026 non riguardava solo il rinnovo di un contratto.
