Gli insulti online e il nuovo fronte delle querele agli hater

Il 6 ottobre 2026 Andrea Scanzi si è presentato al Tribunale di Savona come parte civile in un processo contro un utente che lo aveva insultato sui social. «Nessuna pietà giudiziaria per gli hater», ha scritto a fine udienza. Non è un episodio isolato: in Italia, sempre più personaggi pubblici — giornalisti, politici, figure dello spettacolo — scelgono di rispondere agli insulti ricevuti online attraverso le vie legali. Un fenomeno che dice qualcosa di preciso su come è cambiato il rapporto tra chi comunica attraverso una piattaforma pubblica e chi usa i social per aggredire.

Cosa dice la legge italiana sull’odio online

Diffamazione aggravata: la norma e come si applica ai social

Il punto di riferimento è l’articolo 595 del Codice Penale: la diffamazione si configura quando si offende la reputazione di qualcuno comunicando con più persone. La giurisprudenza italiana considera i social network un mezzo di pubblicità a tutti gli effetti, il che attiva l’aggravante al terzo comma, con conseguenze penali più severe. Una sentenza della Corte di Cassazione del 2025 (n. 29458/2025) ha chiarito che le offese pronunciate durante una diretta sui social integrano diffamazione aggravata anche quando il destinatario è collegato in tempo reale. Un’altra decisione della Suprema Corte nello stesso anno (n. 39792/2025) ha confermato che gli screenshot dei contenuti pubblicati online hanno piena validità come prova documentale in giudizio.


La querela va presentata entro tre mesi dalla scoperta del contenuto offensivo, ed è la persona colpita a doverla presentare: senza questa iniziativa, il procedimento non parte. Per questo la prima mossa pratica, prima ancora di rivolgersi a un legale, è documentare il commento con uno screenshot: i post vengono spesso cancellati dopo pochi minuti, e senza traccia la prova non esiste.

Il confine tra critica e insulto

Non tutto ciò che è sgradevole o polemico costituisce diffamazione. I tribunali italiani distinguono tra critica legittima — anche dura, ironica, polemica, purché fondata su fatti reali e connessa all’attività pubblica della persona — e offesa alla reputazione senza aggancio fattuale: insulti diretti, accuse non dimostrate, espressioni degradanti che non si riferiscono a comportamenti specifici. La distinzione non è sempre immediata, e la sua valutazione spetta caso per caso a un giudice. È proprio l’ambiguità di questa linea a rendere il fenomeno oggetto di un dibattito pubblico ancora aperto.

I casi documentati: chi ha scelto di agire per via legale

Andrea Scanzi e la strategia della fermezza


Andrea Scanzi, giornalista e opinionista del Fatto Quotidiano, è tra i personaggi pubblici che hanno reso più esplicita questa scelta. Nel gennaio 2025 aveva commentato in un video: «Che bello farsi pagare le vacanze dagli hater». Una battuta, ma anche una dichiarazione di metodo: Scanzi ha dichiarato di aver presentato querele a numerosi utenti che, a suo giudizio, avevano trasformato la critica in insulto. Ad aprile 2026 ha chiesto 2.500 euro di risarcimento a un settantaseienne di Salgareda, in provincia di Treviso, per un commento su Facebook, con l’aggravante che l’utente aveva già insultato Scanzi in radio. A ottobre 2026 il processo a Savona, dove si è costituito parte civile contro un altro utente rinviato a giudizio.

Liliana Segre: otto imputati e una condanna


Il caso della senatrice a vita Liliana Segre ha una connotazione diversa: gli insulti ricevuti sui social erano aggravati dall’odio razziale, e la Procura di Milano ha aperto un procedimento che ha coinvolto otto persone. Il primo imputato, giudicato con rito abbreviato, è stato condannato a quattro mesi di reclusione con pena sospesa e a un risarcimento di 1.500 euro versato alla Fondazione Memoriale della Shoah. Altri hanno scelto di scusarsi con lettere e versare risarcimenti tra i 500 e i 2.000 euro alla stessa Fondazione, ottenendo la remissione della querela. Un caso che, più degli altri, ha portato la questione dell’odio online fuori dall’ambito della polemica personale per entrare in quello della responsabilità civile e penale.

Politici e figure pubbliche: un fenomeno in espansione


La tendenza non riguarda solo i giornalisti. Il governatore della Calabria Roberto Occhiuto ha annunciato a giugno 2026 di aver avviato azioni legali contro utenti che lo avevano insultato online, affidandosi a professionisti specializzati nella tutela dell’immagine digitale. La sindaca di Genova Silvia Salis ha comunicato pubblicamente l’esito del primo procedimento: un risarcimento da 5.000 euro ottenuto da chi aveva usato, come ha spiegato, «parole violente e degradanti». Tra i nomi che hanno percorso strade simili figurano anche David Parenzo e il musicista Morgan. La prassi si è allargata ben oltre i casi di cronaca più seguiti, diventando un fenomeno strutturale nella comunicazione pubblica italiana.

Un dibattito aperto: difesa legittima o rischio per il diritto di critica?

Il fenomeno ha aperto un dibattito che non si chiude facilmente. Da un lato, nessuno mette in discussione che chi riceve insulti, minacce o diffamazioni online abbia il diritto di tutelarsi: la legge esiste per questo, e i casi di odio digitale documentati mostrano quanto il fenomeno sia reale e quanto danno possa causare a chi lo subisce. Dall’altro, il dibattito pubblico ha sollevato una domanda che rimane aperta: quando le azioni legali diventano sistematiche e riguardano commenti di portata minima, il confine tra tutela della reputazione e pressione sul dissenso può diventare sottile.

Il Codacons è intervenuto a ottobre 2025 offrendo assistenza ai cittadini che avevano ricevuto richieste di risarcimento, per valutare se le pretese fossero fondate. La giornalista Selvaggia Lucarelli ha raccontato come alcune comunicazioni legali arrivassero per commenti risalenti a anni prima o di portata molto limitata. Il tema è delicato: in una democrazia, la libertà di critica verso chi esercita un ruolo pubblico è un valore costituzionale. Ma la libertà di critica non include l’insulto, e stabilire dove finisce l’una e inizia l’altro è un lavoro che spetta ai tribunali, non all’opinione dei diretti interessati.

Ciò che è certo è che il dibattito ha spostato l’attenzione su un problema che i social network hanno creato e che le piattaforme stesse faticano a governare: la facilità con cui si può aggredire qualcuno pubblicamente, protetti dall’anonimato o dalla distanza, senza dover rispondere delle proprie parole. Se le querele stanno moltiplicandosi, è anche perché gli strumenti di moderazione delle piattaforme si sono dimostrati insufficienti. La risposta legale individuale, caso per caso, è lo spazio che rimane quando le regole collettive non funzionano abbastanza bene.

Matteo Di Medio

Matteo Di Medio

Matteo Di Medio è un giornalista digitale ed esperto di content strategy. È Caporedattore di Gioco Pulito e Influent People, due delle principali testate editoriali digitali del settore, e ricopre il ruolo di Responsabile dei Contenuti presso la Linking Agency, realtà specializzata in Digital PR, SEO e Web Reputation.
Nel corso della sua carriera ha contribuito alla crescita e allo sviluppo editoriale di numerosi progetti digitali, curando la produzione e la direzione dei contenuti con un approccio orientato alla qualità e alla visibilità online.

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