Il valore del Made in Italy nel mondo oggi non si misura soltanto con la tradizione, ma con la capacità di costruire relazioni, guidare la transizione tecnologica e generare un impatto sostenibile. È questa la visione al centro del Premio Eccellenza Italiana, l’appuntamento internazionale nato nel 2014 da un’idea del giornalista economico e Presidente della Fondazione E-novation Massimo Lucidi. Giunto alla sua XIII edizione, il Premio culminerà nella prestigiosa Ceremony Awards di venerdì 16 ottobre 2026 presso il National Press Club di Washington DC, celebrando chi unisce competenza, responsabilità, radici e futuro.
La rosa delle candidature di quest’anno rispecchia un’Italia che compete a livello globale, spingendosi fino alle nuove frontiere della tecnologia. È in questo contesto che si inserisce il riconoscimento di Michele Fiscalini, ticinese con un forte legame con l’Italia, CEO e cofondatore di Red Rock Technology. Dopo un’importante carriera dirigenziale alla Posta Svizzera, Fiscalini ha intrapreso una nuova avventura imprenditoriale tra Dubai e il Ticino, affermandosi come pioniere della blockchain (ideatore di TicinoCoin) e sviluppando infrastrutture di intelligenza artificiale agentica e sistemi sovrani progettati per governi e istituzioni, come il progetto di sicurezza alimentare Seedelligence.
Un profilo che ha catturato subito l’attenzione di Massimo Lucidi, il quale ha sottolineato il valore profondo di questa candidatura: “Aver intercettato la realtà internazionale e innovativa che guida Michele Fiscalini dal Ticino nei mercati del Middle East, col suo staff italiano, ci inorgoglisce perché rappresenta per noi l’affermazione più chiara del ruolo responsabile e proattivo che giocano gli Italiani nel mondo sulla Sostenibilità, specie la sicurezza alimentare e la sovranità tecnologica”.
Lo abbiamo intervistato per farci raccontare la sua visione, il percorso di Red Rock Technology e le sfide del futuro tra intelligenza artificiale, sovranità tecnologica e sostenibilità.
Ha partecipato alla presale di Ethereum nel 2014 e oggi costruisce infrastrutture AI per governi e istituzioni. Cosa lega davvero quei due momenti, al di là del fatto che entrambi riguardano tecnologia emergente?
Nell’estate del 2014 ho partecipato alla presale di Ethereum, tra i primi a crederci, quando la rete ancora non esisteva. Si poteva pagare solo in Bitcoin e ho comprato i miei Ether a circa 30 centesimi di dollaro, il prezzo più basso della loro storia. In 42 giorni il progetto raccolse circa 18 milioni di dollari. Allora sembrava una scommessa da pionieri. Oggi su quella rete poggia un’economia fatta di smart contract, finanza decentralizzata e tokenizzazione: la più grande infrastruttura aperta per la sovranità digitale mai costruita.
Mi convinsero tre cose. Il nome: Vitalik raccontò di averlo scelto perché conteneva la parola «ether», l’etere, il mezzo invisibile che la fisica dell’Ottocento immaginava permeasse l’universo e permettesse alla luce di viaggiare. Per me evocava anche qualcosa di più: l’idea di un campo invisibile che connette tutto. Poi lui, Vitalik, un ragazzo di 19 anni capace di scrivere un whitepaper che rendeva programmabile la fiducia. E il simbolo, una geometria che ritrovo ancora oggi nel logo di Red Rock.
Cosa lega i due momenti? La stessa domanda: chi controlla l’infrastruttura su cui si regge la fiducia. Nel 2014 riguardava il denaro, oggi riguarda l’intelligenza. Ethereum ha dimostrato che la fiducia può essere scritta nel codice invece di essere delegata a un intermediario. L’intelligenza artificiale pone lo stesso problema su una scala molto più grande: se un governo affida dati, servizi e decisioni a sistemi che non controlla, cede una parte della propria sovranità. Red Rock nasce per evitarlo, costruendo infrastrutture AI che restano nelle mani di chi le usa. Le tecnologie cambiano, la domanda di fondo no.
Da TicinoCoin al primo Bitcoin ATM di Lugano, lei ha spesso costruito qualcosa prima che il mercato ne riconoscesse il bisogno. Come si riconosce, in anticipo, che un’infrastruttura mancante diventerà necessaria?
Ho sentito parlare di Bitcoin nel 2013 e all’inizio l’ho snobbato. Nel gennaio 2014 un podcast di Italo Cillo mi ha aperto gli occhi sul suo potenziale e poco dopo ho fatto il mio primo acquisto. Ho sentito subito che questa tecnologia andava spiegata, così ho dato vita all’Associazione Bitcoin Ticino. Grazie a quella comunità, insieme a Bitcoin Suisse, nell’autunno del 2014 abbiamo installato a Lugano il primo Bitcoin ATM del Ticino.
Lo stesso anno ho immaginato TicinoCoin: una moneta locale su blockchain, in parità con il franco, a sostegno dell’economia del territorio. Nel 2017, con due sviluppatori, abbiamo emesso i primi TicinoCoin, tra le prime monete locali su blockchain al mondo. Ma una moneta locale funziona solo se coinvolge anche le istituzioni.
Nel 2019, con un’interrogazione sottoscritta da deputati di tutti i partiti, abbiamo chiesto al Consiglio di Stato di sostenere il progetto, anche attraverso BancaStato. Era presto. Qualche anno dopo la Città di Lugano ha lanciato LVGA, la sua moneta digitale locale ancorata al franco, oggi accettata da circa 400 attività commerciali. L’intuizione era giusta, era solo arrivata in anticipo.
Come si riconosce prima? Io guardo tre segnali. Il primo: le persone fanno a mano, con fatica, qualcosa che una tecnologia potrebbe fare meglio. Il secondo: chi ha il potere di cambiare le cose risponde «non ancora», non «mai». Il terzo: una dipendenza da qualcuno che non controlli. Quando un sistema si regge su un intermediario che può smettere di funzionare, l’infrastruttura che lo sostituisce diventerà necessaria. Il punto non è avere ragione per primi. È essere pronti quando il mercato arriva.
Oggi è alla guida di Red Rock Technology. Se dovesse spiegare a un lettore che non conosce il gergo AI o Web3 cosa succede davvero quando Red Rock Technology inizia a lavorare con un governo, dal primo incontro alla consegna del sistema, quali sono i passaggi concreti di quel percorso, e quanto tempo richiede in media?
Partiamo sempre da una domanda che non è tecnologica: quale funzione di questo Stato non può permettersi di fermarsi? Da lì il percorso ha quattro fasi.
La prima è la diagnosi. Mappiamo processi, dati e vulnerabilità e stabiliamo con l’istituzione cosa deve restare sotto il suo pieno controllo: dove risiedono i dati, chi può prendere quali decisioni, cosa resta sempre in mano a una persona.
La seconda è l’architettura. Progettiamo il sistema come si progetta un’opera pubblica, pensando a come funzionerà tra dieci anni e non solo il giorno dell’inaugurazione. Gli agenti AI operano dentro regole di governance scritte nell’architettura stessa, e ogni loro azione è tracciabile e verificabile.
La terza è il pilota: un perimetro circoscritto, con indicatori concordati prima di partire. È qui che l’istituzione vede i risultati sui propri dati e decide se andare avanti.
La quarta è il deployment. L’infrastruttura entra in esercizio con team tecnici dedicati, livelli di servizio definiti e responsabilità chiare, e continua a evolvere sotto la nostra architettura e la nostra responsabilità.
Sui tempi preferisco essere onesto: una media non avrebbe senso, perché un ministero e un’agenzia locale non hanno nulla in comune. La regola che ci diamo è che il primo valore concreto si misura in mesi, non in anni. Il resto dipende dal ritmo dell’istituzione, e negli Emirati quel ritmo è spesso sorprendentemente veloce.
Seedelligence punta a costruire infrastrutture di sicurezza alimentare su scala nazionale. In cosa questo progetto è più vicino alla logistica strategica che all’agritech, come lei stesso sottolinea?
Nel problema che risolve. L’agritech si chiede come far crescere meglio una pianta. Seedelligence si chiede come garantire che un Paese abbia da mangiare anche quando il mondo si ferma. Gli Emirati importano circa il 90% del loro cibo. La pandemia, le crisi sulle rotte marittime e i conflitti hanno mostrato quanto sia fragile una catena di approvvigionamento lunga migliaia di chilometri. La logistica strategica ragiona su altre domande: quanta autonomia ha il Paese, per quanti giorni, su quali prodotti, e come si distribuisce il cibo se un porto chiude.
Seedelligence è l’iniziativa di Red Rock per l’infrastruttura alimentare sovrana, e la pensiamo come un porto, un aeroporto o una rete idrica: si costruisce una volta e si gestisce per decenni. Unisce produzione robotizzata ad altissima automazione, conservazione del patrimonio genetico delle sementi, ricerca e formazione. Al centro c’è il suo AI Brain, che governa produzione, risorse e dati e permette di anticipare le carenze invece di subirle.
Non è un concetto. Il modello è già operativo a Brescia, nella facility di riferimento europea realizzata con partner industriali italiani, e nel 2026 Seedelligence è stata selezionata tra i 40 progetti agricoli più innovativi degli Emirati all’Emirates Agriculture Conference and Exhibition. La sicurezza alimentare è diventata una questione di infrastruttura nazionale. Chi continua a trattarla come agricoltura arriverà tardi.
Lei distingue tra «prodotto AI più rumoroso» e «architettura AI più resiliente ed eticamente governata». Alla luce dei recenti allarmi lanciati da ricercatori che hanno lasciato Anthropic e Google DeepMind proprio per il rischio di perdita di controllo, si colloca tra chi condivide quella preoccupazione o chi la considera eccessiva?
La condivido, con una precisazione, perché i casi non sono tutti uguali. Chi quest’anno ha lasciato Google DeepMind, come Bilal Chughtai, ha parlato esplicitamente del rischio che sistemi sempre più capaci sfuggano al controllo umano. L’uscita da Anthropic di Mrinank Sharma conteneva un allarme più ampio, su un mondo esposto a crisi interconnesse e sulla difficoltà di far guidare le scelte dai propri valori. In entrambi i casi parliamo di persone che quei sistemi li conoscono dall’interno. Liquidarle come eccessive sarebbe un errore.
Non credo però che la risposta sia fermarsi. Credo che sia costruire diversamente. La perdita di controllo non si previene con le dichiarazioni di principio, si previene nell’architettura. È questa la differenza tra il prodotto più rumoroso e l’architettura più resiliente: il primo vince una demo, la seconda regge quando qualcosa va storto. In Red Rock questo si traduce in scelte precise. Ogni agente ha un perimetro d’azione definito e non può superarlo da solo. Ogni decisione rilevante è tracciabile e verificabile. Le decisioni critiche restano a una persona. I dati restano nel Paese che li produce. E stiamo allineando l’azienda agli standard internazionali di sicurezza delle informazioni e di gestione dell’intelligenza artificiale. Un governo non dovrebbe mai trovarsi a scegliere tra efficienza e controllo. Il nostro lavoro è fare in modo che non debba farlo.
A 50 anni ha lasciato una carriera corporate per ricominciare su basi completamente diverse. Cosa ha reso quel momento diverso da altri in cui, presumibilmente, aveva già valutato un cambiamento simile?
Ho costruito la mia carriera alla Posta Svizzera, che l’Unione Postale Universale classifica da anni come la migliore al mondo. Sono stato direttore Finanze e Controlling di AutoPostale Ticino e Moesano, controller strategico della rete postale e della vendita a livello nazionale, e ho guidato la ristrutturazione dei punti vendita di Ticino e Moesano. A Berna, per i colleghi svizzero tedeschi e francesi, ero scherzosamente «l’italiano».
Quando ho conosciuto Bitcoin ho proposto alla direzione della Posta e di PostFinance di offrire ai clienti l’acquisto, la vendita e la custodia di criptovalute. Dopo un’attenta analisi la proposta fu respinta: era troppo presto. Nel 2024 PostFinance è diventata la prima banca svizzera di rilevanza sistemica a farlo. Non l’ho vissuta come una rivincita, ma come una conferma.
Il 22.02.2022, una data palindroma, a 50 anni ho sposato Silvia. Le altre volte in cui avevo pensato di cambiare ero solo con i miei dubbi. Questa volta avevo accanto lei e un gruppo di persone che credevano in me. La paura c’era ancora, ma non era più lei a decidere. Mi sono licenziato e ci siamo trasferiti a Dubai, dove ho unito le forze con Riccardo Ammendola per costruire Red Rock. Il talento lo si ha, la visione la si sceglie, spesso quando nessuno ancora ci crede. Dal TicinoCoin a Red Rock, la mia storia è tutta in questo passaggio.
Costruisce infrastrutture sovrane da Dubai. Cosa significa per lei ricevere un premio che celebra l’Italian excellence nel mondo?
Sono un ticinese purosangue, e per noi l’italianità non è un passaporto: è una lingua, una cultura, un modo di stare al mondo. A Berna ero «l’italiano», mia moglie Silvia è di Verbania, e Red Rock la costruiamo con un fondatore napoletano e un team in cui l’Italia ha un ruolo centrale.
Per me questo premio significa riconoscere che l’eccellenza italiana oggi non si esporta solo nei prodotti, ma nel modo di progettare. Il filo che lega il mio percorso è la sovranità: con TicinoCoin quella monetaria di una comunità, con Red Rock quella delle nazioni sui propri dati e sulle proprie decisioni, con Seedelligence quella sul proprio cibo. E Seedelligence ha radici italiane: il suo modello di riferimento è operativo a Brescia, costruito con l’industria italiana, e da lì lo portiamo negli Emirati.
L’eccellenza italiana tiene insieme radici e futuro: la cura per la persona e la tecnologia più avanzata nascono dalla stessa idea, mettere l’essere umano al centro. Il valore di questo premio, per me, è la rete: storie che si incontrano e diventano fiducia, opportunità e futuro. A Washington spero di incontrare persone con cui costruire insieme.
Un professionista con la sua stessa formazione, se restasse in Europa, potrebbe arrivare agli stessi risultati, o il contesto rende necessario uscire?
Sinceramente no, non con gli stessi tempi. L’Europa ha talento, valori e una qualità della vita unici, ed è da lì che vengo. Ma chi costruisce infrastrutture per il futuro oggi deve fare i conti con una burocrazia pesante, regole diverse in ogni Paese, decisioni che richiedono anni e una cultura che teme l’errore più di quanto desideri l’innovazione.
In quella che oggi chiamiamo West Asia ho trovato l’opposto: governi con piani a vent’anni e la velocità per realizzarli, capitale paziente disposto a investire nelle infrastrutture, una fiscalità chiara e competitiva, l’apertura a sperimentare e un crocevia tra Europa, Asia e Africa dove convivono duecento nazionalità. C’è un prezzo: si lavora lontano da casa e la fiducia va guadagnata ogni giorno. Scegliere dove costruire, però, fa parte del progetto quanto scegliere cosa costruire.
Non ho lasciato l’Europa: ho portato le sue competenze dove oggi si decidono le infrastrutture dei prossimi decenni, e il mio obiettivo è riportarne i frutti anche in Europa. Avere una visione è una responsabilità: costruire oggi le infrastrutture di cui avranno bisogno domani i nostri nipoti, compreso il mio Raphael.
Guardando al prossimo decennio di AI e sistemi sovrani, quale ruolo immagina per l’Italia e per l’Europa, non come singolo talento che emigra, ma come sistema?
L’Europa non vincerà la corsa ai modelli più grandi, e non deve farlo: quella partita si gioca su capitali e potenze di calcolo che oggi sono altrove. La partita che può vincere è un’altra: diventare il riferimento mondiale per un’intelligenza artificiale applicata, affidabile e governata.
È stata la prima al mondo a darsi un quadro normativo completo con l’AI Act. Se smette di viverlo solo come un vincolo, può trasformarlo in uno standard che chiunque voglia lavorare con l’Europa dovrà adottare. L’Italia in questo ha carte che pochi hanno: una manifattura tra le più sofisticate al mondo, un agroalimentare che è un patrimonio strategico, una grande tradizione di ricerca e oggi un’infrastruttura di calcolo pubblica di livello europeo a Bologna.
Il ruolo che immagino per l’Italia è quello di laboratorio dell’AI applicata ai settori reali: fabbriche, filiere alimentari, sanità, patrimonio culturale. Poi c’è la geografia. L’Italia è il ponte naturale tra l’Europa, il Mediterraneo e il Golfo. Gli Emirati hanno capitale e velocità, l’Italia ha competenze industriali e capacità di progettazione. Seedelligence nasce esattamente così: un modello costruito a Brescia e portato negli Emirati. Moltiplicare questi ponti è il modo per far circolare valore invece di perdere talenti. Il talento che parte non è una perdita, se il sistema sa farlo tornare sotto forma di partnership, investimenti e progetti.
