Maria Letizia Mannella Procuratrice Aggiunta coordina il Quinto Dipartimento della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano che si occupa nello specifico dei reati relativi alla violenza di genere, minori e soggetti vulnerabili. Proprio nel 2025 per Maria Letizia Mannella sono stati 40 anni in magistratura: ieri e oggi di profondi cambiamenti anche della società e nella comunicazione proprio nel capoluogo lombardo analizzati in questa conversazione per Influent People
Dai casi di criminalità economica/finanziaria ai delitti contro la pubblica amministrazione e poi, dal 2017, la sua attività nell’attuale funzione. Dal punto di vista umano e personale come è cambiato il suo modo di vivere le indagini: dai colletti bianchi con reati di denaro a donne che a volte vivono situazioni a volte neppure immaginabili.
“Quarant’anni di magistratura sono un tempo lungo, durante il quale inevitabilmente si cambia. Tutte le indagini per me sono importanti. Sicuramente le indagini finanziarie e nei confronti dei colletti bianchi sono, da un punto di vista emotivo, meno coinvolgenti rispetto a quelle a tutela delle vittime vulnerabili, poiché sono reati che non ledono immediatamente la libertà e la dignità di altre persone.
Ora mi trovo spesso davanti a donne che vivono situazioni di sofferenza, di paura, di isolamento. Queste esperienze ti costringono a cambiare prospettiva: impari ad ascoltare in modo diverso, a dare spazio al silenzio, a considerare la vulnerabilità non come un limite, ma come un dato di realtà da accogliere e comprendere.
Oggi il mio modo di vivere le indagini è ancora più attento alla persona. La norma del codice resta il punto fermo, ma la giustizia, per essere davvero tale, deve saper guardare anche all’umanità di chi ha di fronte. Credo che la maturità professionale consista proprio in questo equilibrio: applicare la norma con rigore, ma senza mai perdere la capacità di empatia.”
Quello che colpisce è che la violenza domestica, familiare, relazionali sono trasversali alle situazioni economiche e sociali. Non è più questione di “degrado sociale”, anzi. Alcuni dei casi di femminicidio più recenti sono stati consumati in ambiti di benessere economico. Come analizza tutto ciò?
“L’idea che la violenza domestica o di genere sia legata solo al “degrado sociale” è ormai superata: le ricerche e le statistiche mostrano che questi fenomeni attraversano tutti i livelli socioeconomici, culturali e professionali.
La violenza domestica non nasce principalmente dalla povertà o dal disagio economico, ma da dinamiche di potere, possesso e conseguente difficoltà a gestire la rabbia. In molte relazioni, chi esercita violenza tenta di controllare l’altra persona, le sue scelte, la sua libertà, le sue amicizie. Questo bisogno di controllo può manifestarsi in ogni contesto sociale. Nonostante il progresso culturale, resta diffuso un modello relazionale che legittima il dominio maschile o l’idea del “possesso” sull’altra persona. Anche in ambienti colti o benestanti certi schemi di pensiero restano radicati perché, fondamentalmente, legati ad una profonda insicurezza esistenziale, un disagio che sfocia in rabbia repressa.
Molti studiosi parlano di crisi delle identità di genere, soprattutto maschile. Quando l’uomo percepisce di perdere il ruolo di “pilastro” o di “autorità” (per esempio davanti a una compagna più autonoma, di successo, o che decide di lasciare la relazione), può reagire con violenza come riaffermazione di sé. Questo accade indipendentemente dal livello economico o culturale. La violenza domestica non è segno di marginalità, ma di una cultura ancora radicata di disuguaglianza e possesso. Cambiare questa realtà richiede un lavoro culturale profondo: educazione emotiva, rispetto delle differenze, e responsabilizzazione maschile, oltre che strumenti legali e sociali efficaci.”
A Roma di recente sono stati distribuiti 720 kit rapidi per il rilevamento di sostanze stupefacenti versate nelle bevande. Siamo proprio messi male se non è possibile neppure lasciato incustodito il bicchiere durante una serata.
“Sicuramente è prudente fare attenzione al bicchiere nelle discoteche, dove notoriamente sono diffuse droghe: questo non vuol comunque dire che Milano sia più insicura di altre grandi metropoli.”
Esiste una retorica di pensiero e di parole quando si parla di femminicidio?
“Sicuramente il degrado culturale della nostra società sta creando sempre più solitudine, sofferenza e disgregazione. Il femminicidio e la violenza in genere sono espressione di questa situazione. Qui va fatta una riflessione: vi sono convinzioni diffuse nella nostra società che ci allontanano dal benessere autentico, rappresentato da una crescita emotiva, intellettuale e spirituale, nonché tutto ciò che rende una persona completa, per cui l’uomo che non ottiene subito quello che vuole o perde la donna che ritiene di possedere si lascia prendere dalla violenza e uccide. Per questo occorre educare e sensibilizzare le persone, in modo da insegnare loro ad uscire dalla prigione invisibile in cui spesso si vive, quella gabbia mentale fatta di preoccupazioni per il lavoro, ansie e denaro. Occorre allargare gli orizzonti del pensiero e spezzare le catene dell’egocentrismo per aprirsi ad una realtà più vasta, che ci consenta di vedere chi ha bisogno di noi e l’importanza del ruolo di ciascuno di noi nella società. Secondo la mia esperienza giudiziaria il femminicidio non è un gesto improvviso, cosiddetto raptus, ma è il portato estremo di una situazione di infelicità nella quale spesso si trovano a vivere sia l’uomo che la donna.”
Lei avverte che le donne oggi hanno più o meno timore di denunciare rispetto anche solo a 10 anni fa?
“Pur persistendo timori e resistenze profondamente radicate, l’evoluzione del quadro normativo ha sicuramente ampliato la tutela verso la donna con strumenti più efficaci e tempestivi. In particolare, grazie alla Legge 69/2019, c.d. Codice Rosso, e la legge 168/2023, c.d. Codice Rosso rafforzato, la donna si sente maggiormente sostenuta nel momento in cui decide di sporgere denuncia.
La prima disciplina ha apportato modifiche volte a velocizzare l’instaurazione del procedimento penale per i delitti di violenza domestica e di genere, accelerando, conseguentemente, l’eventuale adozione di provvedimenti di protezione delle vittime (c.d. Codice rosso). A tal fine, la normativa prevede che, a seguito di notizie di reato relative a delitti di violenza domestica e di genere, la polizia giudiziaria, acquisita la notizia di reato, riferisca immediatamente al pubblico ministero, anche in forma orale alla quale comunicazione seguirà senza ritardo quella scritta. Entro 3 giorni dall’iscrizione della notizia di reato, il pubblico ministero è tenuto ad assumere informazioni dalla persona offesa o da chi ha denunciato i fatti di reato. La polizia giudiziaria, poi, è tenuta a procedere senza ritardo al compimento degli atti di indagine delegati dal PM e a porre, sempre senza ritardo, a disposizione del PM la documentazione delle attività svolte. Infine, senza ritardo e comunque entro 30 giorni dall’iscrizione a modello 21, il PM valuterà la sussistenza dei presupposti di applicazione delle misure cautelari.”
E venendo alla legge 168?
“La legge 168/2023 ha ulteriormente potenziato la tutela delle donne, estendendo l’applicabilità delle misure di prevenzione personali ai soggetti indiziati dei reati di omicidio, lesioni gravi, deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso e violenza sessuale. L’importante novità consiste nella possibilità di procedere all’arresto in flagranza differita nei casi di violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, di maltrattamenti contro familiari e conviventi, nonché di atti persecutori. Infine, con il codice rosso rafforzato è consentito al pubblico ministero di disporre, con decreto motivato, l’allontanamento urgente dalla casa familiare con il divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa, nei confronti della persona gravemente indiziata di taluno dei delitti di violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, maltrattamenti contro familiari e conviventi, lesioni, limitatamente ad alcune ipotesi aggravate e atti persecutori o di altro delitto, consumato o tentato, commesso con minaccia o violenza alla persona per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a tre anni, ove sussistano fondati motivi per ritenere che le condotte criminose possano essere reiterate ponendo in grave ed attuale pericolo la vita o l’integrità fisica della persona offesa, e non sia possibile, per la situazione di urgenza, attendere il provvedimento del giudice.
Nonostante la presenza di tali leggi nel nostro ordinamento, occorre non dimenticare il meccanismo psicologico in cui è intrappolata la donna, combattuta tra sentimenti di dolore e di affetto, passando da momenti di alta tensione e violenza all’illusione di un ritorno alla normalità, alla nota fase della “luna di miele”. Si parla a tal proposito del c.d. ciclo della violenza.”
Esiste una differenza di mentalità tra donne adulte che subiscono violenza rispetto alle più giovani?
“La violenza e i sentimenti di impotenza e sconforto che conseguono alla violenza incidono nell’animo di tutte a seconda della sensibilità di ciascuna, indipendentemente dall’età. Non ne farei un discorso di età, ma di sensibilità. Occorre tempo e una grande forza d’animo per superare il dolorosissimo momento della violenza.
Tant’è, in caso di violenza sessuale, indipendentemente dall’età, si può verificare il cosiddetto freezing, cioè l’immobilità di fronte a un’aggressione così profonda, non si parla di una non-reazione, ma di una reazione tipica e ancestrale di autodifesa che blocca la vittima. Le stesse vittime fanno fatica a farci conto, auto-valutandosi come inadeguate per una reazione che non c’è stata: ero un corpo senza voce, non riuscivo a muovermi.
Inoltre, è fondamentale comprendere come sia nella donna adulta che in quella più giovane è ricorrente una dinamica, il c.d. ciclo della violenza. La prima fase in cui si articola il ciclo della violenza è quella in cui le donne sono forti e decise, ma con la crescita della tensione, avvertendo l’intensificarsi del conflitto, la loro determinazione comincia a sgretolarsi. Nella seconda fase, l’aggressore cerca di minimizzare l’accaduto e cerca di apparire anche lui una vittima. Nel terzo passaggio vi è il tentativo di unire la coppia verso un mondo che non li capisce e nel quarto l’aggressore chiede alla vittima di ritrattare. Infine, nell’ultimo passaggio la coppia collabora per le loro storie.”
Ritiene che l’inserimento nelle scuole di percorsi di educazione relazionale, sentimentale e sessuale tenuti da specialisti del ramo potrebbero in qualche modo migliorare l’approccio culturale dei giovani oggi adulti di domani?
“Sì, un percorso educativo è utile per la formazione soprattutto dei giovani. Non è comunque a mio avviso sufficiente, perché occorre dare loro dei valori nei quali credere e per cui vivere. Va tenuto presente che la felicità non è un’emozione passeggera, ma una costruzione consapevole basata su relazioni autentiche, senso del dovere, trascendenza e comunità, valori che costruiscono e identificano un giovane.”
