Luca Josi: l’invasione dell’AI e le nuove regole della comunicazione di massa

Comunicare: lo abbiamo chiesto a Luca Josi che in un suo Ted del 20 dicembre 2018 a Rimini si introduce come: “Quello che ha creato il ballerino della campagna pubblicitaria per la Tim, alle spalle 15 anni di produzioni televisive, cinque Telegatti conquistati, fino ai 25 anni ho fatto politica guidando un movimento di 70mila ragazzi ( Movimento Giovanile Socialista dal 1991 al 1994 ndr) dal 1992 craxiano di ferro; sono un reperto archeologico della prima repubblica; di un mondo che si divideva tra chi stava da una parte del muro di Berlino e chi dall’altra. Noi siamo quelli che ci sono rimasti sotto”.

Sette anni dopo, una pandemia dopo e una guerra in corso lungo i confini europei le considerazioni di allora del giornalista Luca Josi – già consigliere di amministrazione della Fondazione TIM tornato imprenditore – su società, comunicazione e politica si dimostrano essere state non solo attuali ma, persino, lungimiranti.

Allora definiva la nostra tra le più fortunate generazioni in quanto “senza una guerra in casa”. Lo pensa ancora?

“È stato così per quasi un secolo. Nel più banale meccanismo dell’esistenza umana ci si accorge dell’importanza di ciò che si ha solo quando lo si perde; vale per la salute, come per la libertà e oggi la pace.”

Come può evolvere il settore pubblicitario grazie all’intelligenza artificiale?

“Certamente sono già stati stravolti e travolti i precedenti metodi produttivi della pubblicità con abbattimenti di costi e miglioramenti inimmaginabili fino a qualche mese fa, e così è stato per i canali distributivi della stessa. Ovviamente il termine “evoluzione” non avrà lo stesso valore e la stessa ricaduta per tutti i protagonisti e attori, attivi e passivi, di questo mercato. Molte competenze scompariranno e la leggerezza e la superficialità con la quale si abbraccia, inconsapevoli, questo destino mi lascia perplesso.”

Vizi e virtù del sistema pubblicitario italiano?

“Vasta domanda; semplicemente, anche nel mondo pubblicitario, mi sento sempre inadeguato a stilare classifiche di questo tipo.”

Dal suo punto di vista quanto durerà la sbornia della comunicazione politica via social? Intravede una evoluzione (o involuzione) oppure si continuerà con le campagne slogan sulla falsa riga dei “vecchi cinguettii”?

“Nella storia, lo slogan ha sempre accompagnato la comunicazione sociale e politica per banali ragioni di facilità nella sua memorizzazione, comprensione ed efficacia nella valorizzazione della sua promessa o intrinseca minaccia; dubito che smarrirà questi vantaggi nel futuro prossimo. In generale lo temo.
Ricordo che, nel 1994, rimasi affascinato dal brano “Voglia di gridare” di Daniele Silvestri; conteneva una strofa illuminante: “Non mi devi giudicare male, anch’io ho tanta voglia di gridare, ma è del tuo coro che ho paura, perché lo slogan è fascista di natura”. Fantastico! Avrei solo sostituito il termine “fascista” con “totalitarista” o “populista” (… e lo ascoltavo nel pieno sabba di Mani Pulite quando crescevo a pane e forca).”

L’antipolitica secondo Lei è?

“La politica di qualcun altro.”

Politici e giornalisti: rapporto sempre più complicato visto che ora i secondi – quando va bene vengono dileggiati e sbeffeggiati – per le domande scomode. Se poi sono donne per Trump possono diventare delle “piggy” da zittire. Senza immolare la nostra categoria, quale sarà secondo Lei il prossimo passo?

“I giornalisti hanno il diritto e il dovere di continuare a praticare il loro lavoro: rappresentare gli eventi e aiutare i lettori a farsi un’idea su ciò che gli stessi non possono conoscere o seguire in prima persona. Se un politico si sottrae a questo confronto basilare, costruisce solide ragioni per essere definito inaffidabile. Dovrebbe pagarne conseguenze e se questo non avviene, corresponsabile del risultato diviene il suo elettore o, ancor più, chi non vota rinunciando a cercare alternative allo stesso.”

In questi giorni si parla molto di privacy, in particolare per diverse le vicende del “garante”. Ma nell’età social in cui siamo immersi, esiste ancora la “privacy”?

“Se risulta penetrabile persino per gli stessi dipendenti dell’Autorità del Garante della Privacy, qualche problema dovrebbe esserci.
Il concetto sta via via modificando la sua natura. Alcuni secoli fa Hieronymus Bosch, con l’opera “Sette peccati capitali”, ammoniva l’uomo: “Cave cave Deus videt”, con l’iride di Dio che monitorava le azioni umane. Tre secoli dopo il positivismo annunciava che avrebbe liberato l’umanità dalla “superstizione”, anche da quella del controllo divino.
È finita, invece, che la scienza e la tecnologia, figlie di quella rivoluzione, hanno prodotto una sorveglianza ancora più pervasiva e un abbraccio imprevisto: quello tra trascendente e immanente; se non ti guarda Dio, ti guardo io, con i nuovi strumenti della tecnica. Oggi, però, contrariamente a tutte le proiezioni distopiche di Orwell – siamo a più di quarant’anni dal tempo immaginifico di “1984” – le persone chiedono più telecamere e maggior controllo e una lamentela imprevedibile, fino a solo qualche anno fa (soprattutto in quel libro), è la richiesta di essere continuamente monitorate e non il suo opposto (l’opinione pubblica mostra sconcerto quando scopre che un’area non era presidiata da alcun obiettivo).
Il problema sarà legato a chi gestirà questo dato e a come ci si garantirà che lo stesso non verrà manomesso, modificato e alterato.”

A cosa è destinato il nostro Paese se continuerà a dare credito e lasciare le redini del comando a coloro che, usando una sua metafora, “insegnano ad allacciarsi le scarpe indossando un paio di mocassini”?

“L’incompetenza è una condizione che rende oggi abili e candidabili, più o meno, a ogni incarico.”

Tre cose che farebbe e tre cose che non farebbe se fosse il consulente della comunicazione del presidente del Consiglio italiano (se preferisce generico non necessariamente quello in carica).

“Ho avuto modo, nella mia vita, di confrontarmi e lavorare con almeno tre Presidenti del Consiglio (in carica e no). Le tre cose in sostanza le ho già fatte e ne ho fatte ben più di tre che non rifarei. Diciamo che: ho già dato ….”

Ha usato la frase illuminante: “Ingannare il tempo mettendoci più cose dentro ma la fine è la stessa”. Dal suo punto di vista abbiamo ancora margine per una sorta di “rewind”?

“Parlo per me, e la domanda che rivolgo a me stesso, continuamente, è: come stai vivendo?
Il quanto è certamente una variabile interessante (e imprescindibile per potersi anche solo porre la domanda), ma fatico a viverla come dominante; per questo riconosco la “buona morte” e l’immolarsi nel rispetto di ciò in cui si crede al motto di “meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine”. Soprattutto quando è in discussione la propria libertà o quella delle persone che meritano il tuo affetto.”

Pubblicità, politica, cultura o giornalismo. Lei a chi assegnerebbe un ipotetico oscar della comunicazione anche nell’utilizzo dei nuovi mezzi?

“La più grande comunicatrice di questi anni, nella mia esperienza, rimane Mina: l’assenza più presente d’Italia.”

gianrico carofiglio
Articolo Precedente

Intervista a Gianrico Carofiglio: “La democrazia muore nel cattivo linguaggio”

Articolo successivo

Stella Menna, dai fornelli di casa al food brand da un milione di follower

Sign Up to Our Newsletter

Be the first to know the latest updates

Informazione, Digital e Comunicazione di Successo
Direttore Antonio Padellaro