Intervista a Pino Rinaldi, la “mosca bianca” della cronaca nera

Risponde ai messaggi usando il “Lei” al posto del “tu”. Si occupa di inchieste di cronaca nera con rispetto, ascoltando con attenzione i suoi interlocutori.  

Giuseppe – Pino – Rinaldi nel 1998, da inviato di “Chi l’ha visto”, fece lo scoop della confessione di Ferdinando Carretta – morto nel 2023 – che nel 1989 uccise la sua famiglia a Parma.   

A poche ore della sua diretta quotidiana – ore 18.30 – su La7 con “Ignoto X” accetta l’invito di “Influent people” a raccontare il suo modo di vivere il giornalismo.

L’impressione è che a differenza di altri colleghi si studi tutte le carte e che il suo non sia il semplice ruolo del conduttore che si limita a seguire la  scaletta. 

“Per me è imprescindibile il dato conoscitivo dei vari casi che vanno studiati, compresi e approfonditi per capire come stanno le cose oltre il fattaccio, il fatterello. Capire che direzione prendere e avere chiaro dove andare per me è normale.”

Nel suo programma  gli ospiti hanno il tempo di parlare, gli inviati lo spazio per spiegare e illustrare. La sua impostazione sembra addirittura dilatare i tempi televisivi. Si è reso conto di essere una mosca bianca nel panorama?

“Diciamo che me ne rendo ancora più conto perché in passato sono stato ospite in vari programmi e ciò che mi dispiaceva era di non poter approfondire taluni argomenti e non avere spazio di esprimermi. Io mi metto sempre nei panni delle persone che gentilmente si prestano; che abbiano almeno i tempi giusti e quando, per fatti straordinari che avvengono, non riesco a garantirli mi scuso con loro ma, sempre, ci torniamo su quell’argomento.
Di fatto non concepisco questa nuova televisione con gli stessi tempi dei “reel” dei social.”

Quali sono le differenze tra la cronaca nera degli anni ’80 e quella di oggi dove telecamere, celle telefoniche e intelligenza artificiale rendono forse meno possibile portare a segno il delitto perfetto?  

“I mezzi a disposizione degli inquirenti, oggi, non sono mezzi comuni: riprese per strada ovunque o basti solo pensare che nel 1987, per il delitto di Lidia Macchi, venne spedito in gran quantità del materiale biologico presso un laboratorio di Londra che rispose che era troppo poco e, garantisco, che al contrario era una quantità abbondante. Lo stesso anno, rimanendo nel delitto di Firenze, venne inviato uno straccio intriso di sangue e polvere da sparo, ma non bastò.
Oggi si parla di pochi micron, pertanto alcuni periti che si appellano ai quantitativi conducono un gioco da bambini. Il dato scientifico va sempre rispettato ma non è unico e assoluto. A livello di investigazioni la prova regina, quella classica di ogni delitto, per me rimane l’intuito vera capacità dell’investigatore stile Maigret.”

Al tempo del suo scoop per “Chi l’ha visto” non era stato trattato troppo bene dalla nostra categoria e da molti colleghi. In fondo era uno sconosciuto; le volevano far pagare il fatto che non appartenesse a nessun circolino e che si stava imponendo semplicemente con il suo lavoro? 

“Spero che, a parte la categoria, da allora ad oggi sia cresciuta la consapevolezza e il modo di pensare di tutti. 
Personalmente se non fosse stato per Enrico Mentana – allora direttore del Tg di Canale 5 -, che in diretta chiuse le polemiche dicendo come “tutti avremmo voluto fare quello scoop” ricordo che prima di questo interventonon fui  trattato con i guanti di velluto da tanti colleghi. Ho sempre lavorato secondo coscienza, seguendo la mia percezione degli eventi e con rispetto delle persone. Al netto di tutto ciò che su quella vicenda può essere letto in rete, posso assicurare che io mi sentivo davanti a un muro che stava crollando e stavo tentanto di puntellare quelle crepe/ferite per paura che umanamente venisse giù tutto. La confessione arrivò solo dopo incontri e racconti che io non ho mai registrato o annotato perché il mio timore era che quell’uomo potesse togliersi la vita. Ho anteposto la persona al mio mestiere di giornalista e, solo quando lui ha deciso, ho proceduto con il lavoro e realizzato quello che fu, di fatto, l’ultimo vero scoop della Rai. Io sono stato poi pesantemente attaccato, forse perché non appartenevo all’Ordine, dagli allora corrispondenti da Londra che non erano riusciti semplicemente a fare ciò che avevo fatto io.” 

Esistono ancora i cronisti o siamo diventati  una categoria di commentatori? 

“Se c’è una cosa che detesto è la figura dell’opinionista e del tuttologo. Una volta mi hanno chiesto di fare il profilo di Alberto Stasi e ho risposo che non sarei stato all’altezza. Conosco il senso del limite e riconosco competenze e conoscenze specifiche che non mi appartengono. Per quel compito,  quando nel libro sul mostro di Firenze riguardo al soggetto che Nunziato Torrisi riteneva essere il vero autore dei duplici delitti, io mi sono rivolto ad Anna Maria Giannini direttrice del Dipartimento di Psicologia della Sapienza: non tutti possiamo fare tutto. Alcune figure di super esperti hanno uno spazio importante in alcune trasmissioni televisive. Avere questo spazio crea inevitabilmente un pensiero che indirizza l’opinione pubblica. Allora mi chiedo: queste persone riguardo i casi in questione stanno portando acqua alla verità oppure ai loro interessi? Almeno la televisione pubblica dovrebbe avere lo scrupolo di limitare i danni per la responsabilità che tutti noi le abbiamo affidato.”

Riforma della Giustizia: il suo punto di vista? 

“Questo è proprio uno dei casi in cui non mi sento in grado di esprimere un giudizio. Ritengo, al di là  di ogni possibile mutamento e trasformazione che verrà realizzata all’interno del sistema Giustizia,  che l’importante sia nel cuore, nella mente e nella coscienza di chi io opera. Tanto che tu sia un pm oppure un giudice. Sono convinto che vadano migliorate le procedure per evitare di dare troppo spazio “all’immaginazione” di chi indaga che a volte può essere tentato di prendere delle scorciatoie a detrimento di un lavoro oggettivo dei dati.”

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