Credere a tutto e a niente. Generare cortocircuiti nell’elaborazione logica e “creare spazi di ambiguità dove l’ascoltatore proietta i propri significati” e ancora: il messaggio politico che diventa manipolazione collettiva producendo “veri e propri stati di trance”. Appropriandoci anche solo di alcune delle efficaci definizioni usate dallo scrittore Gianrico Carofiglio rispetto agli strumenti della comunicazione trumpiana, diventa ancora più chiaro come stiamo vivendo in un costante stato di ipnosi della parola che nello specifico americano diventa addirittura “senso di minaccia collettivo”.
Dieci anni dopo dall’uscita de “Con parole precise” l’ex senatore e magistrato è tornato ad occuparsi dell’argomento con una sorta di parte II del libro, edito da Feltrinelli, che però, questa volta, ha un sottotitolo quasi rasserenante: “Manuale di autodifesa civile”.
Esiste anche una autodifesa incivile?
“Sì — e proprio per questo l’espressione “autodifesa civile” non è un espediente retorico, ma una scelta precisa. C’è autodifesa incivile quando il linguaggio, la parola pubblica, l’azione comunicativa degenerano in aggressione verso l’altro, in esclusione, in ferita della dimensione comune. Quando ci si protegge usando leve che danneggiano il tessuto civico — allora non è più difesa, ma attacco travestito. Il libro intende invece offrire strumenti per una difesa che si basi sul rispetto reciproco, sulla chiarezza, sulla responsabilità del dire.”
Definisce “fantasmagorica sarabanda linguistica” il modo di comunicare della politica attuale. Un esempio abusato dai politici è l’utilizzo della definizione “cambiare il passo”; buona per ogni stagione ma che di fatto non vuol dire niente. Come la valuta e analizza?
“Il linguaggio politico oggi si trova in una zona ibrida tra spettacolo, marketing e mobilitazione — da qui la “sarabanda”: molte note, poco accordo, rumore più che melodia coerente. “Cambiare il passo” è un grande classico che funziona perché è vago e rassicurante: promette movimento senza indicare direzione. Il problema non è solo la frase fatta, ma che genera aspettativa senza progetto concreto, e il linguaggio si dissocia dall’azione reale. Analizzare questo fenomeno significa riconoscere l’uso strumentale della parola-politica: quando non serve a costruire senso ma a distrarre, a riempire uno spazio più che a tracciare un orizzonte. Il libro invita a smascherare queste formule come tasselli di una manipolazione linguistica, che indebolisce la coerenza dell’agire politico e la fiducia collettiva.”
Scrive del potere delle metafore, ma in Italia non si corre il rischio di finire al genere “la mucca ha percorso ormai tutto il corridoio, è arrivata alla nostra porta, e sta bussando” usato da Bersani?
“Le metafore possono essere potentissime — e per questo anche rischiose. Il pericolo è che, nell’uso massivo, diventino cliché, perdano forza immaginativa e finiscano per generare abulia invece che visione. Il caso citato mostra bene il rischio, per certe metafore, di trasformarsi in mere scenografie retoriche se non sostanziate da contenuti e proposte.”
Discorso pubblico della politica italiana: il centro-destra usa slogan, il centro-sinistra magari concetti più articolati ma che non fanno molta breccia. Siamo comunque lontani da contenuti come “questione morale, libertà, progresso o bisogno di una nuova società” contenuti nei discorsi di politici del passato come Enrico Berlinguer. Può indicarci una via alternativa?
“Una via alternativa esiste — e passa attraverso tre elementi fondamentali: dignità del lavoro, Stato capace e redistribuzione + riconoscimento. Ma non basta citare queste parole, occorre incarnarle in un linguaggio che sia coerente, trasparente e capace di mobilitare. Ciò significa tornare a parlare non solo di “valori” ma di “fare”, di politiche che diano concretezza. Significa anche rendere intelligibile il linguaggio della politica: evitare gerghi, evitare che il discorso resti nei palazzi o nei media e non raggiunga la vita quotidiana della gente. E significa proporre visioni che sappiano mettere insieme idea e realizzazione, convincimento e prassi. Una politica comunicata bene — in cui la parola rispecchia l’azione — ha maggiore possibilità di fare breccia.”
La democrazia può essere indebolita o addirittura decostruita da un cattivo linguaggio pubblico?
“Sì, in modo non metaforico: la democrazia si regge sul discorso pubblico, sulla capacità dei cittadini di comunicare, comprendere, confrontarsi. Se il linguaggio pubblico è degradato — ridotto a manipolazione, ad aggressione, a narrazione senza fondamento — allora la democrazia non solo è indebolita, ma la sua funzione viene trasformata: da strumento di partecipazione diventa veicolo di rassegnazione o conformismo. La qualità del linguaggio non è marginale, ma centrale. Cambia la forma del potere, cambia il modo in cui si legittima, cambia la fiducia collettiva. Una democrazia che non cura la lingua che usa, che non educa al confronto linguistico, è una democrazia in sofferenza.”
Qualche consiglio comunicativo di autodifesa civile?
Ecco tre suggerimenti operativi:
“Prima di accettare una cornice linguistica proposta (uno slogan, un’iperbole, una parola-civetta), chiedersi: “chi la propone e perché?”. La consapevolezza della cornice è primo passo della difesa.
Usare il linguaggio in modo attivo, non passivo: nomina con precisione, evita generici che spingono al vuoto (es. “finire con”, “ripartire da”). La precisione non è pedanteria ma potenza.
Coltiva il dubbio ragionato: quando senti che “tutti dicono che…” chiediti quale sia il tutti, chi resta fuori, quali sono le voci che non si sentono. L’autodifesa civile non è chiusura ma apertura scrupolosa al pluralismo.”
Il suo rapporto con l’intelligenza artificiale?
“Grande curiosità, sperimentazione, vigilanza. L’intelligenza artificiale può essere strumento potente — per la scrittura, per l’elaborazione del linguaggio, per la diffusione di contenuti, per la stessa creatività — però contiene già gli stessi rischi che denuncio nel libro: banalizzazione, perdita della dimensione critica, amplificazione del rumore. In questo senso serve che l’umano resti al centro: l’uso dell’IA non deve rimpiazzare il pensiero, ma supportarlo. E soprattutto occorre vigilare su come questi strumenti modificano la nostra relazione con la parola, con il significato, con la responsabilità del dire.”
