Il ruolo degli intellettuali e la loro influenza nella sfera pubblica

Febbraio 11, 2026

Negli anni Sessanta, Pier Paolo Pasolini scriveva sulle pagine del Corriere della Sera lettere aperte al presidente della Repubblica e analisi della mutazione antropologica degli italiani che erano lette da centinaia di migliaia di persone e discusse ai tavoli dei caffè come fossero avvenimenti politici.

Norberto Bobbio costruiva in modo sistematico la distinzione tra destra e sinistra nel dibattito pubblico italiano, con un’influenza intellettuale che trascendeva enormemente la cerchia accademica.

Alberto Moravia commentava ogni avvenimento culturale con un’autorità che nessun giornalista, nessun politico poteva contestare frontalmente.

Queste figure non esistono più nella loro forma storica. E la domanda che vale la pena porsi è se siano scomparse perché il sistema culturale italiano si è impoverito, o perché il modo in cui gli intellettuali esercitano influenza nella sfera pubblica è cambiato in modo che le categorie tradizionali non riescono più a cogliere.

L’intellettuale pubblico: storia italiana dal dopoguerra

L’intellettuale pubblico italiano del dopoguerra opera in un sistema in cui pochi canali controllano l’accesso al dibattito pubblico: i grandi quotidiani, le riviste culturali (il Menabò, il Politecnico, Nuovi Argomenti), la televisione pubblica nella sua fase iniziale, e le case editrici che pubblicano saggi di largo respiro.

In questo sistema, chi riesce ad accedere a questi canali ha un’influenza enorme perché non ci sono alternative. Pasolini sul Corriere parla a un paese che legge pochi giornali e non ha internet: chi lo legge gli dedica un’attenzione concentrata che è strutturalmente impossibile nell’era dell’overload informativo.

Le caratteristiche di questa figura — l’autorità costruita attraverso l’opera letteraria o accademica prima della visibilità pubblica, la disposizione a intervenire su tutto con una prospettiva unitaria e coerente, la relazione con la politica come interlocutore privilegiato e avversario critico — sono profondamente legate a quel sistema mediatico specifico. Non è sorprendente che non sopravvivano nella forma originale quando quel sistema cambia radicalmente.

La trasformazione dagli anni Ottanta in poi

La televisione commerciale, la frammentazione del sistema dei partiti, e poi internet hanno eroso progressivamente le condizioni che rendevano possibile quella figura.

La televisione commerciale premia la rapidità sulla profondità, il conflitto sull’analisi, la semplificazione sulla sfumatura.

Il sistema dei partiti che si frammentava non aveva più grandi intellettuali organici a cui fare riferimento.

E infine internet ha moltiplicato i canali di accesso al dibattito pubblico in modo tale che nessuna singola voce può più avere il tipo di centralità che aveva Pasolini sul Corriere.

Il problema dell’accademia italiana: perché i ricercatori non comunicano

Una differenza strutturale tra il sistema italiano e quello anglosassone è il diverso rapporto tra accademia e comunicazione pubblica. In Italia, la comunicazione pubblica del proprio lavoro di ricerca è ancora percepita da molti accademici come un’attività secondaria, potenzialmente rischiosa per la reputazione scientifica (‘divulgare vuol dire semplificare, e semplificare vuol dire sbagliare’).

Nel mondo anglosassone, molte università valutano positivamente la capacità dei propri ricercatori di comunicare con il pubblico generale.

Il risultato è che il dibattito pubblico italiano su molti temi importanti — dall’economia alla sanità, dal clima all’istruzione — avviene con una partecipazione limitata degli esperti più qualificati. Quelli che partecipano tendono ad essere quelli più disposti a semplificare e a polarizzare, non necessariamente quelli con le conoscenze più approfondite.

I nuovi intellettuali pubblici: dove sono e come funzionano

La diagnosi del ‘declino degli intellettuali italiani’ è parzialmente sbagliata perché usa le categorie sbagliate. Gli intellettuali pubblici non sono scomparsi: si sono frammentati in comunità di nicchia digitale, dove esercitano un’influenza profonda su pubblici più piccoli ma più impegnati.

 Il ricercatore che ha diecimila follower su X di cui l’8% sono specialisti del suo campo esercita un’influenza intellettuale significativa su quella comunità, anche se non ha mai scritto sul Corriere della Sera.

La differenza rispetto al passato non è quantitativa — ci potrebbero essere più intellettuali pubblici oggi che negli anni Sessanta — ma qualitativa: la frammentazione riduce l’impatto trasversale. Un intellettuale che parla a una comunità già convinta e specializzata non esercita la stessa funzione di creazione di ponti tra prospettive diverse che esercitava Pasolini scrivendo per milioni di lettori con background ideologici molto diversi. L’efficacia dell’intellettuale pubblico non è la stessa cosa della sua quantità.

Matteo Di Medio

Matteo Di Medio

Matteo Di Medio è un giornalista digitale ed esperto di content strategy. È Caporedattore di Gioco Pulito e Influent People, due delle principali testate editoriali digitali del settore, e ricopre il ruolo di Responsabile dei Contenuti presso la Linking Agency, realtà specializzata in Digital PR, SEO e Web Reputation.
Nel corso della sua carriera ha contribuito alla crescita e allo sviluppo editoriale di numerosi progetti digitali, curando la produzione e la direzione dei contenuti con un approccio orientato alla qualità e alla visibilità online.

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