Montanelli è morto nel 2001. In vent’anni non è uscito un giornalista italiano che lo abbia sostituito nel senso in cui questa parola ha senso: qualcuno che scrive con la stessa chiarezza, che prende posizioni con la stessa coerenza, che porta la stessa capacità di raggiungere milioni di lettori parlando con uno di loro alla volta. Non è nostalgia: è una constatazione. E una domanda su cosa è cambiato nel giornalismo italiano che non permette più di produrre quella figura.
La risposta non è semplice, e coinvolge cambiamenti strutturali nel sistema mediatico, nella cultura professionale e nel modo in cui gli italiani leggono. Ma vale la pena partire dall’uomo prima che dal simbolo: Montanelli aveva contraddizioni importanti, ha fatto errori che non possono essere ignorati, e allo stesso tempo ha incarnato una visione del giornalismo che è rimasta coerente per sessant’anni. Capire entrambi gli aspetti è più utile della mitizzazione.
La formazione e i primi anni: dalla guerra etiopica ai corrispondenti di guerra
Montanelli nasce a Fucecchio nel 1909. Entra al Corriere della Sera nel 1938 come corrispondente. Le sue prime grandi esperienze giornalistiche sono le corrispondenze di guerra: Spagna, Finlandia, Grecia, Russia, Africa.
È in queste corrispondenze che sviluppa quello che diventerà il suo stile: chiarezza della prosa, presenza fisica nel racconto, capacità di trasformare una grande storia geopolitica in qualcosa che un lettore comune riesce a sentire vicino.
La guerra etiopica è anche il primo grande capitolo controverso della biografia di Montanelli. Partecipa alla campagna fascista come ufficiale prima ancora di diventare il grande giornalista liberale che il pubblico conosce. Sposa in forma tradizionale — l’erede coloniale dell’Italia — una ragazza etiope di dodici anni, Destità Anbess, come era allora consuetudine tra gli ufficiali italiani nella colonia.
Di questo, Montanelli non ha mai fatto una revisione pubblica che fosse all’altezza di ciò che aveva fatto. Ne ha parlato, ma con una leggerezza che molti critici considerano intollerabile e c’è chi oggi chiede di togliere la sua statua a Milano.
Lo stile e il metodo: perché si leggeva Montanelli
Montanelli aveva una regola che ribadiva spesso: un articolo giornalistico deve essere comprensibile per un lettore di media cultura che lo legge una volta sola, senza tornare a rileggere un paragrafo. Questa regola sembra ovvia. Non lo è. Molti giornalisti italiani — specialmente quelli con una formazione umanistica — scrivono per essere apprezzati da colleghi e intellettuali, non per essere capiti da chiunque. Montanelli scriveva per il secondo tipo di lettore senza mai rinunciare alla profondità.
La sua prosa era costruita su frasi brevi, verbi attivi, nessun orpello. Non usava parole difficili quando ne esistevano di semplici. Non usava tre aggettivi quando bastava uno. Non faceva mai capire al lettore che stava scrivendo qualcosa di complicato: rendeva tutto semplice senza rendere niente banale. Questo è uno dei talenti più rari nel giornalismo, e Montanelli l’aveva sviluppato in modo quasi artigianale.
La storia come racconto
Montanelli è uno dei pochi giornalisti italiani che ha saputo portare la storia — nel senso di storia mondiale e italiana — al grande pubblico. La sua ‘Storia d’Italia’ (scritta con Mario Cervi), la ‘Storia di Roma’, la ‘Storia dei Greci’: sono libri che sembrano manuali scolastici ridisegnati per chi i manuali scolastici non li legge. Il segreto è lo stesso dello stile giornalistico: racconto con persone, non astrazioni. Giulio Cesare è un personaggio prima che un concetto storico.
Questa capacità di trasformare la storia in racconto ha avuto un effetto sulla cultura italiana che è difficile da quantificare ma reale. Generazioni di italiani hanno avuto la loro prima introduzione seria alla storia romana, medievale e moderna attraverso i libri di Montanelli. Non è storiografia accademica: è divulgazione di altissimo livello, e la distinzione non è una critica.
Le posizioni politiche e le contraddizioni
Montanelli è stato un liberale nel senso classico del termine: favorevole al mercato libero, critico dello statalismo, anticomunista convinto. Le sue posizioni politiche erano coerenti e dichiarate. Non ha mai fatto finta di essere neutro: diceva la sua opinione con chiarezza e poi lasciava ai lettori di valutarla.
Le contraddizioni principali sono due. La prima è quella etiopica, già citata: un uomo che ha combattuto per tutta la vita per la libertà individuale non ha mai fatto un’autocritica adeguata su un episodio che quella libertà nega nel modo più radicale. La seconda contraddizione è politica: Montanelli ha costruito Il Giornale come baluardo del conservatorismo liberale italiano, poi ha visto quel baluardo diventare strumento di un imprenditore che voleva usarlo per la propria ascesa politica. Ha avuto il coraggio di andarsene. Ma avrebbe dovuto vedere prima.
Cosa resta di Montanelli nel giornalismo italiano
La chiarezza della prosa. La disponibilità a prendere posizione. L’idea che il giornalista abbia un rapporto diretto con il lettore — non mediato dall’autorevolezza del brand ma costruito sulla fiducia personale. La convinzione che il giornalismo sia un servizio pubblico che richiede coraggio.
Quello che non è rimasto è il contesto che permetteva quella figura. Montanelli lavorava in un sistema mediatico in cui un giornalista di punta poteva dedicare settimane a un articolo lungo senza che nessuno lo pressasse per la velocità. In cui il giornale era ancora abbastanza economicamente solido da permettersi il lusso di autori con una voce forte. In cui il lettore aveva tempo e voglia di leggere pezzi lunghi.
Oggi quelle condizioni non esistono più in modo generalizzato. Montanelli in un ambiente di click e scrolling avrebbe trovato spazio. Ma lo spazio sarebbe stato diverso.
