Esiste una frase della Corte costituzionale italiana che, nonostante abbia qualche decennio, descrive meglio di molte definizioni contemporanee cosa dovrebbe fare un giornalista: fornire ai cittadini un’informazione qualificata e caratterizzata da obiettività, imparzialità, completezza e correttezza, dal rispetto della dignità umana, dal pluralismo delle fonti, in modo tale che il cittadino possa essere messo in condizione di compiere le sue valutazioni avendo presenti punti di vista differenti e orientamenti culturali contrastanti. Non è poco. Non è facile. E non è ciò che produce la maggior parte dell’informazione che circola oggi in Italia.
Il problema è che la parola giornalismo ha subito un’inflazione semantica che l’ha svuotata di significato. Vengono chiamati giornalismo i dispacci delle agenzie, il copia-incolla dei comunicati stampa, i video di Tiktok che commentano l’attualità, i podcast di personaggi famosi che discutono di politica senza fonti e senza verifica, i thread di Twitter scritti da esperti non giornalisti.
Ognuna di queste cose può essere utile e può contribuire al dibattito pubblico. Nessuna di queste cose è giornalismo nel senso che la professione attribuisce a questo termine. La distinzione conta, e non per ragioni corporative.
La definizione giuridica e quella professionale
In Italia il giornalismo è una professione regolamentata dalla legge 69 del 1963, che istituisce l’Ordine dei Giornalisti e stabilisce i criteri per l’iscrizione all’albo.
L’articolo 2 di quella legge è il testo fondante dell’etica professionale: “È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede. Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte, e riparati gli eventuali errori.”
La definizione giuridica più usata nei procedimenti è quella della Cassazione: per attività giornalistica deve intendersi la prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta, al commento e all’elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione. Il giornalista si pone pertanto come mediatore intellettuale tra il fatto e la diffusione della conoscenza di esso. Tre elementi sono essenziali: raccolta attiva (non semplice diffusione), verifica, e mediazione intellettuale che aggiunge valore alla notizia grezza.
Cosa distingue il giornalismo dall’informazione generica
Il fatto che qualcosa venga pubblicato e letto non lo rende giornalismo. L’informazione generica è qualsiasi contenuto che trasmette notizie: il post Facebook di un testimone oculare, il comunicato stampa di un’azienda, il thread di un esperto su Twitter, il video di un influencer che commenta l’attualità. Queste cose possono essere utili, possono essere accurate, possono contribuire al dibattito.
Ma mancano di due elementi che il giornalismo professionale richiede: la verifica sistematica delle informazioni e la responsabilità pubblica per ciò che si pubblica.
Un giornalista professionista che pubblica una notizia falsa risponde davanti all’Ordine, davanti alla legge sulla diffamazione, davanti alla sua redazione. Un influencer che pubblica una notizia falsa risponde davanti ai suoi follower, che possono smettere di seguirlo.
Le conseguenze sono diverse in modo strutturale, e quella differenza non è solo burocratica: riflette una diversa relazione con la verità e con il pubblico.
Distinzione fondamentale: fatto, commento, opinione e propaganda
Il fatto
Il fatto è ciò che è accaduto, verificabile e verificato. Un incidente, una sentenza, un dato economico, una dichiarazione di un politico. Il giornalismo professionale tratta il fatto separandolo dalla valutazione: descrive l’incidente senza dire se è stato causato da imprudenza, descrive la sentenza senza dire se è giusta, riporta il dato economico senza dire se la politica economica che lo ha prodotto è buona o cattiva.
Questa distinzione è più difficile di quanto sembri, perché la scelta di quali fatti riportare e in quale ordine è già un atto di valutazione.
Il commento
Il commento è la valutazione del fatto: l’analisi, l’editoriale, la rubrica firmata. Il commento è parte legittima del giornalismo, ma deve essere chiaramente separato dalla notizia.
Il lettore deve poter capire quando sta leggendo un’informazione verificata e quando sta leggendo la valutazione di un giornalista o di un editorialista. Questa separazione è un principio deontologico fondamentale, previsto dal Testo Unico dei doveri del giornalista approvato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine.
L’opinione e la propaganda
L’opinione è una posizione soggettiva, dichiarata come tale: ha il suo posto nel giornalismo quando è identificata come tale. Diventa propaganda quando viene presentata come fatto, quando si omettono sistematicamente le informazioni contrarie, quando si usa il giornale come megafono di interessi particolari spacciandolo per informazione imparziale.
In Italia il confine tra editoriale di opinione e propaganda travestita da giornalismo è stato violato molte volte, in molti contesti politici diversi. Non è un problema di schieramento: è un problema metodologico.
Perché la distinzione conta di più nell’era delle piattaforme
Quando tutta l’informazione passava attraverso canali identificabili — i giornali, i telegiornali, la radio — il lettore aveva strumenti per valutare la fonte: conosceva l’orientamento del giornale, sapeva chi scriveva, poteva formarsi un giudizio sul grado di affidabilità della testata nel tempo. Oggi le notizie arrivano nel feed dei social media con la stessa grafica, la stessa font, la stesso schermo: una notizia del Corriere della Sera e una del sito di propaganda di un’organizzazione anonima si presentano in modo visivamente equivalente.
Il Digital News Report 2026 dice che il 45% degli italiani usa i social media come fonte di notizie, e che il 66% degli under 25 lo fa. In questo ecosistema, la distinzione tra giornalismo verificato e contenuto non verificato è meno visibile che mai. La responsabilità di mantenerla visibile spetta sia ai giornalisti — che devono rendere chiaro il loro metodo di lavoro — sia alle piattaforme — che devono smettere di trattare le notizie verificate e la disinformazione come equivalenti — sia ai lettori, che devono sviluppare la capacità di distinguere.
Il problema dell’Ordine dei Giornalisti italiano
L’Ordine dei Giornalisti italiano è spesso al centro di un dibattito su se stesso: ha senso nel 2026 un ordine professionale che regola chi può diventare giornalista e, quindi, appellarsi come tale in un’epoca in cui chiunque può pubblicare notizie senza iscriversi ad alcun albo?
I critici sostengono che l’Ordine è un corpo burocratico che protegge i professionisti già iscritti senza garantire qualità al pubblico. I sostenitori sostengono che qualsiasi forma di responsabilità professionale è meglio dell’assenza di responsabilità.
Ma la sua esistenza, con tutti i limiti, garantisce almeno una struttura di responsabilità formale che l’informazione non regolamentata non ha.
