Le fonti nel giornalismo, lo scudo contro la disinformazione

Ogni articolo è il prodotto di una o più fonti. Il lettore vede il testo finale: non vede il percorso che ha portato a quel testo. Eppure quel percorso determina in modo decisivo quanto ci si può fidare di ciù che si legge.

Una notizia basata su fonti primarie verificate e triangolate è qualcosa di molto diverso da una notizia basata su un’agenzia che ha ripreso un comunicato stampa che riportava le dichiarazioni di una fonte anonima. Entrambe possono apparire ugualmente autorevoli sulla pagina. Non lo sono.

Il rapporto con le fonti è uno degli aspetti più complessi e meno discussi pubblicamente del giornalismo professionale. Ogni giornalista ne ha, le coltiva nel tempo, le protegge quando necessario, le valuta in modo critico. Ma la qualità di quel rapporto — e la rigorosità con cui le fonti vengono verificate e triangolate — è uno dei fattori più importanti nella qualità dell’informazione prodotta.

La gerarchia delle fonti: non tutte le fonti sono uguali

Fonti primarie: il punto di partenza obbligatorio

Le fonti primarie sono i testimoni diretti degli eventi, i documenti originali, i protagonisti della notizia. Una sentenza del tribunale è una fonte primaria. La testimonianza di un funzionario che ha partecipato alla riunione è una fonte primaria. Un documento aziendale ottenuto da un whistleblower è una fonte primaria. L’atto notarile che certifica una transazione immobiliare è una fonte primaria.

Le fonti primarie hanno un vantaggio fondamentale: non mentono nel senso più stretto del termine. Un documento è quello che è. Una sentenza dice quello che dice. Una persona può mentire, ma il documento su cui firma no. Per questo, nel giornalismo d’inchiesta professionale, la regola è che qualsiasi affermazione significativa deve essere supportata da un documento o da una fonte primaria, non solo da una fonte secondaria.

Fonti secondarie: utili ma pericolose se usate male

Le fonti secondarie sono le elaborazioni di altri: agenzie di stampa, comunicati stampa, dichiarazioni riprese da altri media, dossier prodotti da organizzazioni terze. Sono utili per la contestualizzazione e spesso necessarie per la velocità del lavoro quotidiano. Diventano problematiche quando vengono usate come sostituto delle fonti primarie invece che come punto di partenza per trovarle.

Il problema più frequente nel giornalismo digitale italiano è il telefono senza fili informativo: un’agenzia riprende una dichiarazione; un sito la riprende dall’agenzia aggiungendo un titolo leggermente diverso; un secondo sito la riprende dal primo aggiungendo un’interpretazione; un terzo sito la riprende dal secondo trattandola come fatto consolidato. In tre passaggi, una dichiarazione condizionale diventa una certezza che non lo era.

La triangolazione: il principio fondamentale della verifica

La triangolazione delle fonti significa verificare la stessa informazione attraverso almeno due fonti indipendenti l’una dall’altra. Due fonti che si sono coordinate tra loro per dare la stessa versione non sono due fonti: sono una fonte. La triangolazione richiede che le fonti siano genuinamente indipendenti nel loro accesso all’informazione.

In pratica: se un funzionario e un documento confermano la stessa informazione, la triangolazione è soddisfatta. Se due funzionari che si sono parlati tra loro confermano la stessa cosa, non necessariamente lo è. Il giornalista deve valutare se le sue fonti hanno accesso indipendente all’informazione o se la riproducono da una fonte comune.

Quando le fonti restano anonime: il segreto professionale

L’articolo 2 della legge 69/1963 garantisce ai giornalisti il diritto di non rivelare le fonti quando il carattere fiduciario dell’informazione lo richiede. È un diritto che ha una ratio precisa: senza protezione delle fonti, chi ha informazioni su abusi di potere, corruzione o crimini non parlerebbe con i giornalisti per paura di ritorsioni. Il whistleblower che rivela i documenti sulle spese di un ministero può farlo solo se sa che il giornalista non sarà costretto a rivelare la sua identità.

Nell’era digitale, la protezione delle fonti richiede precauzioni tecniche che non erano necessarie quando le comunicazioni erano orali. I messaggi digitali lasciano tracce. I metadati delle comunicazioni possono essere recuperati anche senza il contenuto.

I giornalisti che lavorano su temi sensibili usano strumenti di comunicazione cifrata (Signal, sistemi di messaggistica end-to-end), computer air-gapped per i documenti più sensibili, e procedure di sicurezza operativa specifiche per ridurre il rischio di esporre le fonti.

Quando le fonti diventano esse stesse un problema

Le fonti non sono sempre innocue. Una fonte che fornisce informazioni selettive per danneggiare un avversario politico sta usando il giornalista. Una fonte che ha interesse diretto nel risultato dell’articolo potrebbe fornire informazioni parziali o distorte. Il giornalista professionista valuta sempre il movente della fonte: perché mi sta dicendo questo? Cosa ci guadagna? Cosa non mi sta dicendo?

Le fughe di notizie orchestrate da soggetti politici o istituzionali — le cosiddette ‘soffiate’ — sono un caso classico: l’informazione fornita potrebbe essere accurata, ma l’obiettivo di chi la fornisce non è il bene pubblico ma l’interesse personale.

Il giornalista può usare l’informazione se è verificata e di interesse pubblico, ma deve essere consapevole del contesto in cui viene fornita e deve triangolare comunque.

Matteo Di Medio

Matteo Di Medio

Matteo Di Medio è un giornalista digitale ed esperto di content strategy. È Caporedattore di Gioco Pulito e Influent People, due delle principali testate editoriali digitali del settore, e ricopre il ruolo di Responsabile dei Contenuti presso la Linking Agency, realtà specializzata in Digital PR, SEO e Web Reputation.
Nel corso della sua carriera ha contribuito alla crescita e allo sviluppo editoriale di numerosi progetti digitali, curando la produzione e la direzione dei contenuti con un approccio orientato alla qualità e alla visibilità online.

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