ll giornalismo di Domenico Iannacone è privo di ideologie, pregiudizi, pietismo, giudizio o retorica. In ogni racconto televisivo anno dopo anno continua a conquistare il favore del pubblico e degli ascolti grazie a uno sguardo limpido e a una passione autentica per la ricerca e la scoperta di vite e storie spesso invisibili.
“I Dieci Comandamenti” e “Che ci faccio qui” sono i suoi progetti televisivi più recenti per Rai3, ma Iannacone è anche il giornalista a cui è stato assegnato più volte il Premio “Ilaria Alpi”, il più importante riconoscimento italiano per il giornalismo d’inchiesta. E’ stato inviato di punta di Ballarò e Presa diretta (Rai3), di cui è stato anche autore. Per cinque volte gli è stato attribuito il Premio Ilaria Alpi.
Chi è Domenico Iannacone
Nel 2015 ha vinto il Premio Paolo Borsellino e nel 2017 il Premio Goffredo Parise. Con il film documentario “Lontano dagli occhi” ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti internazionali tra cui il Real Screen Awards di Los Angeles e il Peace Jam Jury Awards di Montecarlo. Da qualche anno sta affiancando alla sua attività televisiva anche l’impegno in teatro come autore e interprete di “Che ci faccio qui” – in scena, iscrivendo il suo nome nel filone della narrazione civile. Sul palcoscenico ha trasferito il suo metodo di racconto, ultimi anni ha scelto di confrontarsi anche con il teatro, incontrando di persona il pubblico che lo ha seguito e atteso in numerosi teatri italiani.

In attesa della nuova edizione televisiva di “Che ci faccio qui”, parliamo di comunicazione con Domenico Iannacone.
1. Comunicare, per lei, significa?
“Comunicare significa innanzitutto ascoltare. Prendersi il tempo di entrare nella vita delle persone, guardare oltre la superficie, comprendere cosa si nasconde dietro un gesto, una parola, un silenzio. Per me comunicare è mettere in contatto mondi che altrimenti non si incontrerebbero. Non è spettacolo né esibizione, ma una responsabilità: un patto di fiducia tra chi racconta e chi viene raccontato. È lo sforzo di restituire la complessità del reale senza semplificazioni o giudizi. In questo senso la televisione può diventare un “reagente morale”: non intrattenimento fugace, ma una lente capace di mostrare realtà scomode e farle sedimentare nello spettatore anche dopo che le luci si sono spente.”
2. Il suo rapporto con i social e con l’intelligenza artificiale?
“Uso i social come uno strumento, non come un fine. Mi permettono un contatto diretto con chi segue il mio lavoro e mi aiutano a intercettare domande e curiosità che nascono fuori dallo schermo televisivo. Allo stesso tempo ne riconosco i limiti: rischiano di frammentare la narrazione e di ridurre tutto a slogan, immagini, reazioni emotive istantanee. L’intelligenza artificiale è uno strumento interessante, ma deve restare al servizio della ricerca e della riflessione, senza mai sostituirsi al contatto umano. La verità, la pietas, la delicatezza non si possono automatizzare. Il cuore del giornalismo resta l’incontro umano, la capacità di osservare, ascoltare e raccontare ciò che spesso il mondo sceglie di ignorare.”
3. Come è cambiata la comunicazione dal suo esordio in Rai?
“La comunicazione è diventata più veloce, più urlata, più divisiva. C’è una pressione costante verso la sintesi estrema e la contrapposizione ideologica. Quando ho iniziato, nei primi anni Duemila, il servizio pubblico era già sotto pressione, ma esisteva ancora uno spazio più ampio per l’approfondimento e per una narrazione lenta, capace di restituire la complessità dei fatti. Oggi il rischio è che la realtà venga amputata, ridotta a titoli immediati ed emozioni istantanee. Il servizio pubblico ha invece il dovere di difendere la lentezza, i silenzi, il tempo della riflessione. Mi sono formato nella grande tradizione documentaristica italiana e continuo a cercare di raccontare storie complesse, senza riduzioni o facili giudizi morali, mostrando vite che resistono dentro contraddizioni, dolori e speranze. È una restituzione di dignità dell’umano, prima ancora che un racconto.”
4. Le sue inchieste attraversano spesso il dolore e la fragilità. Come nasce la fiducia con chi si affida alla sua narrazione?
“La fiducia nasce dall’onestà e dal rispetto. Non mi interessa il pietismo né il sensazionalismo. Racconto le persone per ciò che sono, con le loro fragilità, contraddizioni e forze. Chi si apre lo fa perché avverte che non c’è retorica né giudizio dietro le mie domande. Non cerco emozioni da consumare, ma relazioni umane. Non sono giudice né salvatore: sono testimone. Quando qualcuno sente di non essere un oggetto da spettacolarizzare, ma un soggetto con una storia che merita ascolto fino in fondo, allora la fiducia diventa possibile.”
5. Quanto pesa, anche fisicamente e psicologicamente, condividere la vita degli altri?
“È una fatica reale, ma è un peso che scelgo di portare. Fa parte del mestiere e del senso profondo di questo lavoro. Ogni storia ascoltata mi cambia, mi rimette in contatto con ciò che conta davvero. È un lavoro che richiede empatia, resistenza e rispetto dei propri limiti. Il mio ruolo è accompagnare, non imporre; accogliere, non interpretare. Ogni parola ha un peso, ogni silenzio un valore. In questo senso il giornalismo è un atto di responsabilità etica e umana.”
6. Quali sono i suoi principi e valori nel fare questo mestiere?
“Il principio fondamentale è la verità, intesa come fedeltà al reale. Poi c’è la pietas: non tradire mai la fragilità delle persone che incontro. Infine, il coraggio di stare accanto a chi soffre, lotta o viene ignorato, senza ideologie e senza giudizio. Questo è il patto che stringo con me stesso e con il pubblico: raccontare con onestà e responsabilità, mettendo sempre al centro la dignità delle persone.”
7. Frammenti di quotidianità che diventano grandi storie, il tempo dell’ascolto, i silenzi: si riconosce in una certa “unicità” televisiva?
“Non mi sento un’eccezione. Cerco semplicemente di preservare uno spazio sempre più raro: quello del tempo necessario a comprendere. Parto da una posizione laterale, mai centrale. Mi interessano i margini, ciò che non fa notizia ma racconta molto del tempo che viviamo. Spesso i fatti vengono narrati dall’alto; io provo a raccontarli dal basso, attraversando le vite senza sovrappormi a esse. Se questo oggi appare diverso è perché il racconto dominante tende a semplificare e a prendere posizione prima ancora di capire. Il mio lavoro prova a sospendere questo meccanismo, lasciando che siano le storie a occupare il centro della scena.”
8. Il potere della contronarrazione oggi sembra talvolta più forte della realtà stessa. Come orientarsi?
“La contronarrazione non è più soltanto una voce alternativa: spesso è diventata uno strumento di disgregazione del reale. Non interroga il potere, ma rende ogni fatto sospetto e ogni verità negoziabile. Il rischio più grande non è credere a una falsità, ma perdere l’idea stessa che esista una realtà a cui rispondere. Orientarsi significa rifiutare la semplificazione, accettare la fatica della verifica e del contesto. Il giornalismo non può limitarsi a contrapporre versioni: deve difendere i fatti, anche quando non confermano le aspettative di nessuno.”
9. Chi oggi comunica meglio, anche attraverso i social?
“Ci sono molti colleghi abili nell’uso dei social, ma non mi interessa la bramosia di apparire. Questi strumenti hanno una grande capacità di diffusione, ma pongono una domanda essenziale: a quale prezzo? Se per essere visibili bisogna rinunciare alla complessità, al dubbio e al tempo dell’ascolto, preferisco restare ai margini di quel meccanismo. Non conta chi appare di più, ma chi comunica senza tradire il senso e la responsabilità delle storie che racconta.”
10. Può anticipare qualcosa del suo prossimo progetto?
“Dopo aver esplorato nella scorsa edizione la mente, nella prossima serie di Che ci faccio qui, in onda a maggio, il fulcro sarà il corpo, nella sua dimensione fisica e simbolica. Il corpo come memoria, come luogo in cui si depositano esperienze, dolore e resilienza; come spazio in cui la storia individuale si intreccia con quella collettiva. Sarà un viaggio tra fragilità e forza, vulnerabilità e resistenza. Un viaggio privo di ideologie, pietismo e retorica. Perché è attraverso il corpo, nei suoi segni e nelle sue storie, che possiamo comprendere chi siamo e come viviamo.”
