Come si diventa giornalista in Italia: praticantato, Ordine, scuole e vie alternative

I dati recenti sul giornalismo italiano vedono solo una piccola percentuale di giornalisti che hanno versato i relativi contributi all’INPS e all’INPGI. Il che significa che la stragrande maggioranza degli iscritti all’albo non lavora principalmente come giornalista o non guadagna abbastanza da contribuire in modo significativo al sistema previdenziale.

Questa è la cornice dentro cui si inserisce la domanda ‘come si diventa giornalista in Italia’: il percorso esiste, è regolamentato, richiede anni di formazione. Ma garantisce poco, nel contesto di un mercato del lavoro che è tra i più precari d’Europa.

Detto questo, il giornalismo rimane una professione cercata da molti giovani. Le motivazioni sono comprensibili: la possibilità di raccontare ciò che succede nel mondo, di avere un impatto sulla sfera pubblica, di lavorare su temi che cambiano ogni giorno. Queste motivazioni sono valide. Il problema è che vengono spesso alimentate senza una descrizione onesta di ciù che il mercato offre davvero.

Il sistema italiano: due categorie e due percorsi

Il giornalista professionista

Il giornalista professionista è chi esercita il giornalismo in modo esclusivo, continuativo e retribuito. Per accedere all’albo dei professionisti ci sono due percorsi principali. Il primo è il praticantato tradizionale: un contratto di praticantato con una testata registrata, di durata minima di 18 mesi, durante i quali si svolge l’attività redazionale sotto la guida di un professionista. Al termine del praticantato si sostiene un esame di stato davanti a una commissione nazionale.

Il secondo percorso sono le scuole di giornalismo riconosciute dall’Ordine: master biennali con frequenza obbligatoria, spesso finanziati con rette significative (tra i 10.000 e i 20.000 euro per il biennio nelle scuole più quotate), che rilasciano un diploma equipollente al praticantato. Le più importanti sono il Master in Giornalismo di Torino (convenzionato con la Reuters e con l’Ordine), la Scuola di Giornalismo di Milano, il CNOG di Roma, il Master dell’Università di Bologna.

Il giornalista pubblicista

Il pubblicista è chi esercita attività giornalistica in modo non esclusivo — cioè chi ha un’altra professione principale e collabora con testate in modo continuativo. Per iscriversi all’albo dei pubblicisti è necessario documentare almeno due anni di collaborazione continuativa e retribuita con una testata registrata. L’iscrizione non richiede esame di stato.

Il pubblicismo è stato per decenni la porta di ingresso al giornalismo professionale per molti: si iniziava come pubblicisti, si costruiva un percorso di collaborazioni, e si cercava poi il praticantato. Oggi la progressione è più difficile perché i posti da praticante nelle redazioni sono diminuiti insieme alle dimensioni delle redazioni stesse.

Il percorso reale: cosa succede dopo l’iscrizione all’albo

L’iscrizione all’albo dei professionisti non garantisce niente. Lo dicono i dati: il reddito medio dei freelance iscritti all’INPGI nel 2024 è di 15.995 euro lordi annui, i collaboratori coordinati e continuativi arrivano a 11.404 euro. La retribuzione a pezzo nelle collaborazioni occasionali varia tra i 15 e i 50 euro per articolo, con una media stimata di circa 10 euro lordi. Tra i giornalisti under 35, oltre il 37% non supera i 5.000 euro all’anno dall’attività giornalistica.

Questi numeri devono essere letti insieme al contesto: molti giornalisti giovani integrano il reddito giornalistico con altri lavori (comunicazione, uffici stampa, insegnamento), e la progressione di carriera nel giornalismo richiede anni. Ma il dato rimane: chi entra nel giornalismo senza una rete di protezione economica si trova in condizioni di precarietà strutturale che per molti dura anni o decenni.

Le vie alternative all’Ordine

L’Ordine dei Giornalisti non ha il monopolio dell’informazione. Blogger, creator, podcaster, newsletter writer non hanno bisogno di essere iscritti all’albo per pubblicare contenuti informativi. La distinzione rilevante è legale: solo i giornalisti iscritti hanno la protezione del segreto professionale sulle fonti garantita dalla legge, e solo le testate dirette da professionisti iscritti hanno accesso a certi benefici e a certi canali istituzionali.

Ma chi vuole fare informazione digitale senza passare dall’Ordine lo può fare, e molti lo fanno con successo. Il vincolo principale non è l’albo: è la sostenibilità economica di qualsiasi attività editoriale, regolamentata o meno.

Il divario di genere nella professione

I dati 2023 mostrano un gender pay gap nel giornalismo italiano del 16%: gli uomini hanno percepito uno stipendio medio di 62.661 euro, le donne 54.016. Il divario non si spiega solo con differenze di ruolo o di anzianità: c’è un componente di discriminazione strutturale che il settore non ha ancora affrontato in modo esplicito. Le donne sono sotto-rappresentate nei ruoli di direzione — direttori, capiredattori — rispetto alla loro presenza nelle redazioni, e questa sottorappresentazione nei ruoli più remunerati contribuisce al gap.

Matteo Di Medio

Matteo Di Medio

Matteo Di Medio è un giornalista digitale ed esperto di content strategy. È Caporedattore di Gioco Pulito e Influent People, due delle principali testate editoriali digitali del settore, e ricopre il ruolo di Responsabile dei Contenuti presso la Linking Agency, realtà specializzata in Digital PR, SEO e Web Reputation.
Nel corso della sua carriera ha contribuito alla crescita e allo sviluppo editoriale di numerosi progetti digitali, curando la produzione e la direzione dei contenuti con un approccio orientato alla qualità e alla visibilità online.

comunicazione
Articolo Precedente

I 5 Assiomi della comunicazione

google
Articolo successivo

L’UE contro Google: l’indagine sul crollo dell’editoria

Sign Up to Our Newsletter

Be the first to know the latest updates

Informazione, Digital e Comunicazione di Successo
Direttore Antonio Padellaro